Tra natura e algoritmo: 15 artisti di Arte Laguna Prize in mostra al MAMAM Museum di Recife Brasile
Nel cuore del Nordeste brasiliano, dove il fiume Capibaribe incontra l’Atlantico, il Museo d’Arte Moderna Aloísio Magalhães (MAMAM) di Recife diventa, dall’8 agosto al 18 ottobre 2026, un nodo centrale di un circuito artistico globale. Grazie alla collaborazione di Arte Laguna Prize, l’associazione MoCA, il SAMAM (Associazione Amici del MAMAM), il Consolato Italiano e la Segreteria alla Cultura di Recife, il museo brasiliano ospita le opere di quindici artisti premiati alla 20ª edizione di Arte Laguna Prize, creando una mostra collettiva internazionale dal titolo: Can Artificial Intelligence Help Save and Protect Nature?.
La concomitanza con la tappa ufficiale della mostra itinerante della 36ª Biennale di San Paolo – ospitata in contemporanea a Recife presso l’Oficina Francisco Brennand – non è mera contingenza calendariale ma segnale di una geografia culturale in movimento.
In questo scenario, il Sud America si afferma come epicentro di una nuova modernità critica, volta a creare un “mese dell’arte” che attira curatori, collezionisti e critici da tutto il mondo.

Mamam Museum a Recife, Brasile
Dall’Arsenale di Venezia al MAMAM in Brasile: un premio come trampolino
Il percorso di Arte Laguna Prize non si esaurisce nella selezione dei finalisti all’Arsenale di Venezia: i Premi Speciali si trasformano in residenze, mostre e progetti site-specific in musei, gallerie e istituzioni partner in tutto il mondo.
Quello che nasce come riconoscimento si converte così in opportunità concreta di esposizione e di incontro: una rete culturale internazionale che conferma la vocazione del premio come acceleratore di carriere oltre che come vetrina.
Recife, infatti, non è un approdo casuale. Il MAMAM, fondato nel 1960 e intitolato ad Aloísio Magalhães — designer, architetto e figura chiave della modernità brasiliana — è esso stesso un manifesto di un’idea di arte come pratica sociale. La sua sede, un edificio moderno sulla Rua da Aurora, dialoga con il tessuto urbano della città-porto, storicamente aperta alle influenze transatlantiche.
In questo contesto, la collaborazione che ha reso possibile la mostra al MAMAM si configura come un esempio di diplomazia culturale in azione: non si tratta di esportare un modello europeo, ma di creare un circuito orizzontale in cui le idee si muovono in entrambe le direzioni, da Venezia a qualsiasi altro Paese nel mondo.
15 artisti, una domanda: “Can Artificial Intelligence Help Save and Protect Nature?”
Il titolo della collettiva non offre una risposta, ma apre a un dubbio: “Può l’IA salvare e proteggere la natura?”.
L’intelligenza artificiale non appare come una tecnologia salvifica, né come un semplice strumento al servizio dell’artista: è piuttosto uno specchio instabile, capace di riflettere le nostre contraddizioni, amplificare le nostre responsabilità, costringerci a guardare ciò che preferiremmo ignorare.
Curata da Vladimir Păun-Vrapciu insieme all’architetto e presidente di MoCA Massimo Faranda e a Sara Tortato, la mostra non propone un’estetica uniforme dell’innovazione: costruisce piuttosto un campo di forze in cui linguaggi diversi — analogici e computazionali, materici e immateriali, individuali e collettivi — si incontrano attorno a una stessa urgenza.
Nelle sale del MAMAM, infatti, le opere compongono un atlante di pratiche differenti: la land art, la scultura e l’installazione, il video, la fotografia, l’olografia e i dispositivi digitali.
In Ancestral Echoes – Wounded Trees, Gioia Maria Aloisi interviene su alberi di Angophora con flanella bianca tessuta a mano e resina rossa naturale, trasformando la ferita del paesaggio in un gesto di cura e memoria. Anatomy of Posidonia di Echo Morgan sposta l’attenzione sull’ecosistema marino attraverso il linguaggio della scu tura e dell’installazione, mentre Sveva Maria Eichmann, con Ginestra – A corporal cartoon, prosegue una ricerca che intreccia architettura, danza e film.
Il futuro assume una forma apertamente ambigua in El Jardín del Futuro – Brotes de una Distop-IA di Luichi Gasca, un cortometraggio distopico che interroga l’affidabilità di ogni previsione e restituisce alla realtà la sua irriducibile, imprevedibile capacità di deviare. Juergen Eichler presenta Pinguin Society, un paesaggio montano ispirato a Humboldt che si sovrappone a pinguini olografici sospesi nello spazio, in cui il riferimento è la diversa immaginazione del collettivo. Con It’s Fantastic, Andrea Penteado costruisce un “libro senza carta” fatto di suono e immagini: un audio-experience book che dà spazio alle storie di donne che hanno subito molestie, violenza o censura nel Brasile del XX e XXI secolo.
La mostra continua con Surface Truth II di Filip Sendal che trasforma la pelle, fotografata e manipolata digitalmente, in una superficie geologica attraversata da erosioni, cicatrici e tracce del tempo. The Plastic Bag di Andrzej Wasilewski mette in scena una discarica installativa di sacchetti, rifiuti, monitor, video e suoni ambientali elaborati digitalmente con il ricorso al morphing e all’IA generativa. Attorno a queste opere, la mostra si espande attraverso le coordinate, le architetture e le immagini suggerite da Spatial Reality, Norway di Chang-Rong Lin, The Tomb of the Unknown Civilian di Mariana e Dominic Fantich & Young, Canal de Luz di Susana Mazzarino, Canon 3 di Rosalinda Bingül Sardoğan, Senza soluzione (Seamless) di Rudina Simicija e The Vicious Sea di Kian-Peng Ong. Questi lavori ampliano il percorso in un sistema di risonanze tra geografie reali e immaginate, memorie collettive, paesaggi e flussi immateriali. Non una sequenza lineare, dunque, ma uno spazio attraversabile. A completare il percorso, lasciando aperta la domanda iniziale, è Snapshots from the Pink Planet di Vladimir Păun- Vrapciu. L’opera introduce una prospettiva cosmica e straniante: uno sguardo rivolto a un pianeta possibile, forse reale, forse immaginato, dal quale osservare la Terra come se fosse già diventata un reperto.
Il risultato è una mostra che non separa natura e tecnologia, ma le costringe a coesistere nello stesso campo visivo. Gli artisti non illustrano la crisi climatica: ne traducono le fratture, i ritmi, le tracce e le possibilità. Il codice può simulare la crescita di un ecosistema, la fotografia può trasformare un oggetto banale in uno originale, la performance può restituire un corpo alla sua vulnerabilità, mentre l’architettura può diventare un spazio mentale.
Al MAMAM, la tecnologia non risolve il mondo: lo rende più complesso, più instabile e forse, proprio per questo, più difficile da ignorare.
Guarda il reportage video completo della mostra a Recife direttamente sul canale ufficiale di Globoplay ->https://g1.globo.com/pe/pernambuco/bom-dia-pe/video/exposicoes-no-mamam-usam-inteligencia-artificial-para-alertar-sobre-mudancas-climaticas-14860791.ghtml





