Poli Filippo

 

Filippo Poli | Arte Laguna PrizeFilippo Poli
Milano, Italia 1978


Tarpaulins on the snow from the previous season

(dalla serie Alpine hiatus, snow no longer tastes like snow)

2024
111 x 87 cm
Stampa giclée su carta Hahnemühle Photo Rag Ultra Smooth 305 g/m² 100% cotone.

 

Descrizione

Tra la cima e l’abisso, tra il candore intatto della neve infantile e la pietra consumata di un presente artificiale, si apre uno iato. Una brutale rottura nel tempo. Un silenzio che non è pace, ma uno strappo: dove c’era neve, ora solo polvere. Dove c’era discesa, ora deturpazione. Quest’opera fotografica si inscrive in quella frattura, non solo come denuncia, ma anche come lutto. Un’elegia visiva al corpo della montagna, alla sua memoria ferita, alla sua lenta erosione e alla certezza della sua finitezza.

La motivazione nasce dalle profondità dell’archivio di famiglia di Filippo Poli e dal desiderio di documentare l’anatomia ferita delle Alpi, intrecciando la sua biografia intima con la geografia devastata del luogo. L’autore torna con il figlio dove tutto ha avuto inizio – Valle d’Aosta, Cervinia, 1983 – ma il paesaggio non risponde più. La montagna che ha plasmato la sua immaginazione non c’è più. Rimangono solo frammenti: resti, strutture fossili di una promessa infranta. Dove le generazioni passate hanno imparato a sciare, altre non avranno più un posto dove cadere. Come architetto, Poli vede in questa trasformazione non solo uno spazio culturale: il rapporto tra il paesaggio ereditato e le forme che lo hanno deformato lo attraversa, codificando una perdita personale.

Le immagini di questo progetto abitano più strati temporali. C’è un passato rivelato nei negativi in ​​bianco e nero: l’infanzia, i gesti rituali, la catena montuosa come rifugio e narrazione. Quando scivolare lungo il pendio e tracciare un sentiero era quasi un atto spirituale. La neve non era solo materia: era promessa, radice, appartenenza. Quel terreno innevato, intimo e accogliente, sembrava sospeso in una luminosa eternità. L’inquadratura di ogni fotografia è importante: ogni immagine dell’album di famiglia è una stanza che racchiude un modo di essere, di vedere, di prendersi cura.

Il presente, al contrario, irrompe a colori, ma è ferito. Il gesto ora è tecnico, ripetitivo, forzato. Una diga artificiale deforma il pendio, trattenendo ciò che un tempo cadeva liberamente. La stagione sciistica non è più vissuta, è simulata. I panorami sono diventati un deserto di masse di cemento, tubi a spirale e tubature metalliche. Dove un tempo c’era il rituale, ora ci sono i macchinari.

Eppure l’album di famiglia e lo sguardo contemporaneo non formano una narrazione lineare. Non si guardano con tenerezza, si confrontano. Ciò che viene esposto non è una mera trasformazione, ma una perdita di significato. Quelle cime che un tempo disegnavano un orizzonte solido sono ora sintomi di fragilità. Un segnale d’allarme. E i dati confermano la ferita: in Italia, ad oggi, 265 impianti sciistici giacciono abbandonati. Nella stagione 2021-2022, il 90% delle piste si affidava all’innevamento artificiale. Per coprire un solo ettaro sono necessari un milione di litri d’acqua, l’equivalente del consumo di 10.000 persone. I bacini idrici circolari – 165 previsti in Italia entro il 2025 – vengono costruiti per sostenere un’illusione che dura solo pochi mesi. Non sono laghi: sono cicatrici aperte sul territorio. Non soluzioni, ma interventi chirurgici su un corpo già esausto.

Il toponimo “Alpi” potrebbe derivare da albus, bianco, o alp, pietra. In quel crocevia semantico si trova il cuore di Alpine Hiatus: tra il candore che un tempo ammantava la superficie e la durezza che emerge quando il velo si dissolve. Il sublime splendore abbracciato da coloro che ci hanno preceduto ha lasciato il posto a un’ombra di sospetto e disagio. Ciò che un tempo sembrava immortale ora rivela la sua fragilità: i ghiacciai si ritirano, la neve non arriva, le macchine fabbricano l’inverno dove non permangono transizioni.

Eppure, la possibilità di guardare persiste, anche se segnata dal trauma di un mondo naturale ferito e addomesticato. Ricordare diventa un atto complesso e teso, carico di nostalgia e perdita irreparabile. Queste fotografie non cercano conforto, ma risvegliano una consapevolezza inquieta. Non romanticizzano un passato idealizzato, ma lo interrogano da un presente ostile. La posta in gioco va oltre la crisi ecologica: è una questione etica. Come possiamo amare una terra che viene distrutta in nome del progresso? Come possiamo tramandare un’eredità quando il paesaggio che ha plasmato la nostra identità non esiste più o è diventato inabitabile?

Alpine Hiatus è un tentativo di risposta. Non una chiusura, ma una fessura aperta. Un gesto di attenzione a ciò che si sta sgretolando. Una forma di lutto che diventa resistenza poetica: perché anche se la neve non ha più il sapore della neve, è ancora possibile guardare. È ancora possibile ricordare. Questo progetto si aggrappa a questa possibilità. E in quel gesto – piccolo ma risoluto – la neve diventa parola.

Diventa atto. Diventa permanenza. Forse, ancora c’è tempo.

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